Immagine di don Dante Sala
Odoardo Focherini

Luogo Bologna, Emilia Romagna, Italy
Carpi, Modena, Emilia Romagna, Italy
Mirandola, Modena, Emilia Romagna, Italy
Modena, Emilia Romagna, Italy
San Martino in Spino, Modena, Emilia Romagna, Italy
Il sacerdote e il laico

Il primo è don Dante Sala, il secondo è Odoardo Focherini. Dopo l’8 settembre del 1943, quando la questione ebraica esplode in tutta la sua drammaticità anche in Italia, le loro storie si intrecciano ed entrano in relazione con quelle di tante altre persone: un centinaio circa. Ebrei in fuga dalle persecuzioni nazifasciste e che vengono messi in salvo proprio dal sacerdote di San Martino in Spino, e dal dirigente emiliano. 

L’attività di Focherini continua a essere svolta sui due fronti della Cattolica Assicurazioni e de L’Avvenire d’Italia, cui si aggiunge l’impegno con l’Azione Cattolica. Non solo. A Mirandola, infatti, dove nel giugno del ’40 si trasferisce con l’intera famiglia, Focherini mette la propria casa a disposizione della rete organizzata dall’Ufficio informazioni del Vaticano – coordinato da Monsignor Giovanni Battista Montini – per ricercare notizie sui soldati in guerra e per lo scambio di lettere con i loro cari.

L’anno della svolta è però il 1943. Nella primavera di quell’anno, infatti, arrivano alla redazione del giornale due coniugi ebrei polacchi, Zygmund Weiser e la moglie Eva Falber. Per questa coppia di emigranti si tratta di un ritorno in Italia, e c’è la necessità di trovare una sistemazione sicura per sfuggire alle difficoltà del momento. Focherini, quindi, li aiuta tramite il referente della Delasem di Modena, Salvatore Donati, che già conosce per i contatti commerciali che lo stesso Donati aveva con il cognato Bruno Marchesi. Salvatore Donati, infatti, è alla guida della Conceria Pellami di Modena, che acquista le pelli proprio dalla ditta di Marchesi. Grazie all’intervento di Focherini e Donati i due coniugi polacchi riescono a raggiungere Genova, dove c’è la sede centrale della Delasem, venendo infine trasferiti e internati nel campo di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza. Un internamento che consentirà loro di mettere in salvo la propria vita. Di lì a pochi mesi, infatti, il 14 settembre del 1943, il campo di Ferramonti verrà liberato dagli alleati, mentre per il resto di Italia inizierà una fase durissima della guerra.

L’episodio dei coniugi Weiser segna personalmente Focherini, che dopo l’8 settembre del 1943 decide di esporsi in modo ancora più rischioso. Inizia infatti a tessere quella fitta rete di relazioni fidate che fornirà aiuto e salverà la vita a tantissimi ebrei, nonostante arresti, detenzioni e deportazioni. Rete della quale fanno sicuramente parte Salvatore Donati, contatto principale con il mondo ebraico modenese, e Goffredo Pacifici.

Ma è soprattutto in don Dante Sala, parroco di San Martino in Spino (frazione di Mirandola), che Odoardo Focherini trova uno stretto e fidato collaboratore. “I dolorosi avvenimenti che di tanto in tanto trapelavano, sfuggendo e filtrando attraverso le maglie della censura – racconta don Dante Sala in merito alla situazione di tanti ebrei, nel 1943 – turbarono la mia mente e quella di Odoardo Focherini. Ne parlammo spesso assieme e arrivammo a definire un nostro piano di intervento nel concreto, proponendoci di dedicarci e lavorare uniti per salvare il maggior numero di persone possibile”. Così, i due organizzano insieme, in poco tempo, l’espatrio in Svizzera di alcune decine di ebrei perseguitati, principalmente di Modena e Ferrara. Focherini si occupa di produrre falsi documenti d’identità e dell’organizzazione del viaggio, mentre il sacerdote accompagna i profughi oltre il confine. 

Come Focherini riesca a procurarsi dei documenti falsi, lo spiega lo stesso don Sala: “Innanzitutto era necessario procurarsi carte d’identità genuine; e a questo pensava lo stesso Odoardo con la complicità di funzionari degli uffici anagrafici. Qualche volta, specialmente nei primi tempi, si simulava un furto di questi documenti suscitando un clamore tanto immediato quanto labile. Altre volte, dato il caos delle amministrazioni comunali, le carte d’identità ci venivano date di nascosto, ben sapendo a che cosa avrebbero dovuto servire, e tutto passava sotto silenzio. Per la loro compilazione la cosa era più facile. Si trattava di timbri a secco, o di gomma, che Odoardo poteva con facilità far fare a Bologna da gente fidata. Di solito si preferivano timbri di comuni del Sud, già occupati dalle truppe alleate, così che da parte dei nazi-fascisti era impossibile controllarne l’autenticità”.

Per quanto riguarda l’organizzazione, invece, don Sala spiega che è composta “da una famiglia di Cernobbio abitante molto vicina al confine, da una guardia confinaria italiana, che aveva il compito di favorire il passaggio dall’Italia alla Svizzera dei perseguitati, e infine da un gendarme svizzero, che doveva simularne l’arresto, ma poi proteggerli in ogni modo”. Accanto a loro, tanti altri uomini e donne che con piccoli e grandi gesti collaborano e sostengono i due promotori. Da Enna Cerchi alla signorina Ferrarini, impiegata della conceria Donati di Modena, dai padri domenicani di Bologna ai francescani di Mirandola, a un altro amico di Focherini, Confucio Lodi. Senza dimenticare don Zeno Saltini con la sorella Nina, che nasconderà nella sua Casa della Divina Provvidenza, a Carpi, i gruppi di ebrei che tenteranno la fuga in Svizzera. 

La base operativa di don Dante è la parrocchia di San Martino in Spino, nella bassa modenese, in un borgo con poco più di duemila abitanti, lontano da ogni altro centro abitato e quindi da occhi indiscreti. “Ricordo come fosse oggi il primo gruppo che ospitai nella mia canonica”, racconterà alcuni anni dopo don Dante. “Erano sei persone adulte, confinati politici venuti in Italia da Belgrado. Avevano con loro anche due ragazzi. […] Erano privi di tutto. Un’associazione ebraica, la Delasem, elargiva loro un sussidio mensile, col quale avrebbero dovuto provvedere a tutte le loro necessità, ma era un sussidio di fame. Rimasero da me quasi due mesi”. Siamo nell’estate del 1943, e si tratta delle famiglie Almoslino e Talvy, che l’anno prima sono state trasferite dal campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia a Mirandola (MO). Rifugiatisi successivamente a San Martino in Spino, tutti hanno l’obbligo di presentarsi ogni giorno presso la caserma dei carabinieri per confermare con le loro firme la loro presenza in parrocchia. Presenza di cui lo stesso don Dante si fa garante.

“Una sera questi miei protetti, che conoscevano parecchie lingue, captarono da varie emittenti estere la notizia che il Führer incitava il governo italiano a mostrarsi più severo verso gli Ebrei. Si spaventarono e mi pregarono di anticipare la fuga”, spiega il parroco di San Martino. È lui stesso, allora, che si reca a Genova, per ottenere dalla Delasem un anticipo del sussidio, necessario per aiutarli a espatriare in Svizzera e avere un po’ di denaro per le prime e più urgenti necessità. Ottenuta la somma necessaria, “partimmo da San Martino per Mirandola e da Mirandola per Modena”, racconta don Dante. “Prima di partire da Modena per Milano e di qui per Como, feci scrivere a questi Ebrei due cartoline a me indirizzate, colle quali mi comunicavano di essersene andati intuendo un pericolo imminente e mi ringraziavano per quanto avevo fatto per loro. Di queste due cartoline, una la imbucai a Concordia e l’altra la feci imbucare a Genova, facendo così credere che, come ex armatori navali qualche amico armatore di navi, come loro, li avesse aiutati nell’espatrio clandestino via mare”. Quest’operazione ben congegnata consente quindi di mettere in salvo le famiglie Almoslino e Talvy, che da Cernobbio (CO) riescono poi a passare in Svizzera.

E dopo l’8 settembre del 1943, sono tanti altri gli ebrei che, protetti e guidati da don Dante Sala, effettuano un percorso identico. È ancora lo stesso parroco di San Martino a spiegare le modalità di questi espatri clandestini: “Di solito i componenti di un gruppo partivano da Modena nella tarda serata, sempre alla spicciolata, divisi gli uni dagli altri; io ero la tacita guida. Si arrivava così a Milano nella notte, poi, alle prime luci dell’alba, si proseguiva per Como. Scesi dal treno ci si fermava al bar della stazione delle Ferrovie Nord per far colazione e attendere un determinato taxi che quattro per volta, ci portava a Cernobbio. Qui si passavano giorni di attesa in una casa di contrabbandieri, i quali, al momento giusto, avrebbero dovuto portare i nostri protetti di là della rete di confine. […] Il momento giusto era quando prestava servizio in quel settore un determinato poliziotto che doveva fingere un arresto, portare i fuggiaschi in caserma, dove dovevano trascorrere la quarantena, farsi dare i documenti da consegnare alla Delasem, e tutto era finito. In questa caserma non rimanevano mai per il periodo intero di quarantena, ma solo pochi giorni, poiché interveniva la Delasem […] che metteva a disposizione anche il posto di lavoro per tutto il periodo del loro esilio”. 

Chiaramente, tutto ciò richiede un’estrema segretezza. Le persone coinvolte sono poche e di grande fiducia. “Umili e silenziose collaborazioni”, così come le definirà lo stesso don Dante. Non sorprende, quindi, che nemmeno il vescovo venga informato di quest’attività di salvataggio. “Solo una maestra, e precisamente la signora Enna Cerchi, era a conoscenza di quanto si faceva. La chiamai, le spiegai tutto e le consegnai una chiave che avrebbe dovuto portare al mio Vescovo solo in caso di mia morte accertata”, racconta il parroco di San Martino. Si tratta della chiave di una cassaforte, all’interno della quale il sacerdote vi custodisce anche una lettera, in cui spiega al vescovo proprio l’attività svolta insieme ad Odoardo Focherini. Quell’attività che, a partire dall’autunno del 1943, gli consentirà di mettere in salvo diverse persone, tra cui la famiglia Lampronti, la famiglia Corinaldi e la famiglia Campagnano.

Il 12 novembre del ’43 è Focherini a far traslocare da Ferrara a Carpi l’amico Giacomo Lampronti. Si tratta di un ebreo convertito al cattolicesimo, ma la cui moglie e la cui famiglia sono rimaste fedeli all’ebraismo. L’intento di Focherini è quello di nascondere Giacomo Lampronti nel seminario di Carpi, e moglie e figli nella casa della Protezione della Giovane. Tuttavia, il precipitare della situazione porta a una modifica del piano iniziale, e dal progetto di vita semiclandestina a Carpi si passa all’idea della fuga in Svizzera. La famiglia viene così trasferita al sicuro nella Casa della Divina Provvidenza di Carpi, nell’attesa della partenza per la Svizzera, che avviene il 22 novembre del 1943.

Circa una settimana dopo, invece, è il turno della famiglia di Umberto Campagnano, presidente della comunità di Modena. La famiglia Campagnano (composta da Umberto con la moglie Olga, e dai figli Elda e Manlio, con la fidanzata Anna Vigevani) sempre grazie all’aiuto di Focherini e don Sala, passa in Svizzera nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre del 1943.

La stessa via di fuga verrà seguita, successivamente, dalla famiglia di Giorgina Vigevani, sorella di Anna (fidanzata di Manlio Campagnano), moglie di Stefano Salgo, e madre di Giuliana, Piero e Corrado.   

 

In tutto, in base anche alla testimonianza di don Sala, sarebbero circa un centinaio le persone salvate da Focherini e dallo stesso don Dante. E l’impegno di Focherini è talmente vasto e complesso da riscuotere la crescente attenzione degli uomini della Delasem in Svizzera, come testimonia la corrispondenza tra Donati, il vicepresidente Lelio Vittorio Valobra, e il responsabile per gli affari interni, Grosser, postisi in salvo in Svizzera e dediti a coordinare l’afflusso clandestino di denaro in Italia. Corrispondenza nella quale si insiste anche sulla necessità di finanziare l’opera di Focherini. Peccato che queste lettere risalgano alla primavera del ’44, quando Focherini è stato da poco arrestato.

 

La primavera del ’44 segna infatti il primo vero e grande momento di difficoltà. Non tanto per la perquisizione della canonica della parrocchia di San Martino da parte dei militari tedeschi, quanto appunto per l’arresto di Odoardo Focherini (11 marzo del 1944). Nel primo caso, infatti, l’accusa di nascondere due ufficiali americani decade con l’esito negativo della perquisizione stessa. Nel caso di Focherini, invece, le conseguenze sono ben più tragiche.

È esattamente l’11 marzo del 1944 quando Odoardo Focherini, che si trova in ospedale a Carpi, in visita a Enrico Donati, l’ultimo ebreo che riuscirà a salvare, viene raggiunto dal reggente del Fascio di Carpi, Carlo Alberto Ferraris, che lo invita a seguirlo presso la Questura di Modena. Due giorni dopo, il 13 di marzo, Focherini viene condotto e rinchiuso nel carcere bolognese di S. Giovanni in Monte, col numero di matricola 9861. Vi resterà per quattro lunghissimi mesi, durante i quali, però, manterrà sempre dei contatti con l’esterno, scrivendo una notevole quantità di lettere. E in una di queste, indirizzata alla moglie Maria, scrive: “Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli Ebrei, non rimpiangeresti se non aver fatto abbastanza per loro, se non di averne salvati un numero maggiore”.

 

Nonostante le drammatiche condizioni di vita all’interno del carcere, dunque, la posizione di Focherini non cambia e non cambierà nemmeno in seguito, con il precipitare degli eventi. All’alba del 5 luglio del ’44, infatti, Focherini viene trasferito dal carcere di S. Giovanni in Monte al campo di concentramento di Fossoli (MO). Quasi un mese dopo, il 4 di agosto, viene trasferito nel campo di Gries-Bolzano. E infine, il 5 settembre di quello stesso anno, Focherini parte su un vagone merci per la Germania, dove viene rinchiuso prima nel campo di concentramento di Flossenbürg (matricola 21518), e successivamente nel sottocampo di Hersbruck. Qui, svolgendo l’attività di sterratore, resta dal primo ottobre fino al 27 di dicembre, quando muore nell’infermeria del campo, dopo aver vissuto in prima persona quella tragica esperienza di deportazione che per lungo tempo ha cercato di evitare a tanti altri innocenti.

Se l’attività di Odoardo Focherini si conclude nel marzo del ’44, quella di don Sala si conclude invece nove mesi più tardi, nel dicembre di quello stesso anno. “Il 4 dicembre 1944 arrivai a Como, e già mi sentivo sicuro. Ormai ero vicino alla meta”, racconta il parroco emiliano. “Avevo con me un altro gruppo di disperati desiderosi solo di passare il confine al più presto. Stavamo come al solito prendendo un caffè al bar della stazione di Como. Puntuale come al solito arrivò il mio fidato autista al quale affidai quattro della comitiva. Partì subito dopo e noi restammo ad attendere il ritorno. Ecco che finalmente arriva. Esco dal bar da solo dopo aver avvisato gli altri di uscire solamente ad un mio cenno. Mentre mi avvicino all’autista per parlare e pagare la corsa, eccomi circondato dalle brigate nere che mi prendono e prelevandomi di peso mi portano in caserma assieme ad una donna che collaborava con noi. […] Il gruppo di ebrei che erano ancora al bar videro tutto, uscirono alla spicciolata e si dispersero, nascondendosi in campagna”. Ed è lo stesso don Sala che fornisce anche una possibile spiegazione del suo arresto: “Molto probabilmente fu una denuncia, o una lettera anonima. […] I contrabbandieri videro in me un loro concorrente, e come tale dovevo essere eliminato. Volevano essere soli in quel traffico che a loro fruttava molto denaro”.

Dopo l’arresto, don Dante viene trasferito nel carcere di San Donnino, a Como, e vi resta per quasi due mesi. Fortunatamente, il sacerdote riesce a liberarsi dei compromettenti documenti che ha con sé al momento stesso dell’arresto. Così, alla fine di gennaio del 1945, quando inizia il processo nei suoi confronti, mancano le prove del suo reato. Si arriva quindi presto all’assoluzione per insufficienza di prove, e all’immediata scarcerazione. L’unica reale conseguenza è la diffida dal recarsi in provincia di Como, che di fatto gli impedisce di continuare nella sua opera di salvataggio. Da lì a qualche mese, però, sarebbe finita anche la guerra. 

Nel 1955, l’Unione delle Comunità Israelitiche (poi Ebraiche) Italiane consegna una Medaglia d’oro a Maria Focherini, moglie di Odoardo, come riconoscimento postumo per l’attività svolta dal marito durante gli anni della guerra, in favore degli ebrei. E il 18 febbraio del 1969 Yad Vashem riconosce Odoardo Focherini come Giusto tra le nazioni.

Nel 1996, invece, ha inizio il processo di beatificazione, che si conclude il 15 giugno del 2013, in Piazza Martiri a Carpi, con la cerimonia ufficiale di Beatificazione.

Precedentemente, nel 2007, con una solenne cerimonia all’Altare della Patria di Roma, il Presidente Giorgio Napolitano ha consegnato la Medaglia d’oro della Repubblica Italiana al Merito Civile alla memoria di Odoardo Focherini.

In una cerimonia tenutasi a Milano, nel 1955, l’Unione delle Comunità Israelitiche (poi Ebraiche) Italiane conferisce anche a don Dante Sala una Medaglia d’oro, come segno di gratitudine per le sue azioni a favore degli ebrei. E il 18 febbraio del 1969, Yad Vashem lo riconosce come Giusto tra le nazioni. 

 

Bibliografia* Legata alla storia AA.VV., Dizionario biografico degli italiani, vol. 25, Treccani, Roma 1981, pp. 593-601.

AA.VV., Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 1860-1980, vol. 3, 1, A-L Le figure rappresentative, pp. 227-229, Marietti, Bologna 1984.

Bellodi G., Più di così non si può amare. La vita di Odoardo Focherini raccontata ai ragazzi, Ave, Roma 2013.

Focherini O., Lettere dalla prigionia e dai campi di concentramento, EDB, Bologna 2013.

Focherini O. – Semellini O., “Questo ascensore è vietato agli ebrei”. I ricordi della figlia di Odoardo Focherini, giusto fra le nazioni e beato della Chiesa, EDB, Bologna 2015.

Guerriero E., Un Cristiano a tempo pieno, Odoardo Focherini, Jaca Book, Milano 2002.

Gutman I. – Rivlin B. (a cura di), I giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei, 1943-1945, Mondadori, Milano 2006, pp. 129-130, 209-210.

Lampronti G., Mio fratello Odoardo, L’Avvenire d’Italia, Bologna 1948.

Lampronti G., Verrà anche la sera, La Vigna, Udine 1947.

Pontiroli C., O. Focherini. Lettere dal carcere e dai campi di concentramento, Baraldini, Massa Finalese (Mo) 1994.

Sala D., Oltre l’Olocausto, Movimento per la vita, Milano 1979.

Vaccari I., Il tempo di decidere, CIRSEC, Modena 1968.

Vecchio G., Odoardo Focherini (1907-1944). Dall’Azione Cattolica ai lager nazisti, EDB, Bologna 2012.

Vellani I. – Peri M., Odoardo Focherini. Il sorriso distintivo della santità, Ave, Roma 2013.

 

FONTI ARCHIVISTICHE

Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, A4 bis (internati stranieri e spionaggio), busta 347, fasc. Talvi Ilija fu Raffaele.

Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, A4 bis (internati stranieri e spionaggio), busta 370, fasc. Weiser Zugmund.

CDEC, Raccolte e collezioni speciali, Istruttorie Yad Vashem, Fosco e Tina Annoni.

 

MATERIALI MULTIMEDIALI

 

Link ad eventuali materiali video Arena V., Al riparo degli alberi, 2012 – DVD.

Peri M., Gli eroi nascosti. La rete di salvataggio degli ebrei nel mirandolese (1943-1945), 2009 – DVD.

Sequenze, Il vento bussa alla mia porta, 2007 –DVD.

www.odoardofocherini.it

www.carpi.chiesacattolica.it

 

Link ad eventuali materiali fotografici http://db.yadvashem.org/righteous/family.html?language=en&itemId=4014852

http://db.yadvashem.org/righteous/family.html?language=en&itemId=4017319