L’internamento italiano degli ebrei
durante la Seconda guerra mondiale


Immediatamente dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno del 1940, il Governo fascista vara delle misure per l’internamento dei cittadini delle nazioni nemiche. Internamento motivato come strumento per garantire la sicurezza interna e quella militare. 

In particolare, è datato 15 giugno l’ordine attuativo di internamento, inviato dal Ministero dell’Interno ai prefetti, che ha per oggetto specifico quegli ebrei stranieri che sono cittadini di Paesi che hanno una politica antiebraica (quelli cittadini di Paesi nemici sono soggetti alla normativa sui nemici). Viene quindi ordinato l’arresto degli uomini ebrei di nazionalità tedesca, polacca e ceca oppure apolidi, di età compresa tra il 18 e i 60 anni, mentre le donne e i bambini vengono allontanati dalla loro residenza e concentrati per lo più in luoghi isolati sotto il controllo della polizia, nel cosiddetto “internamento libero” (v. oltre). 

Per gli uomini il periodo trascorso nelle prigioni locali, immediatamente dopo l’arresto, durato in genere alcune settimane – nell’attesa dell’allestimento dei campi di internamento -, viene generalmente sentito come particolarmente duro. Le celle sono strapiene, prive delle necessarie attrezzature sanitarie, e spesso pullulano di insetti. Accade poi frequentemente che gli ebrei vengano rinchiusi insieme ai criminali comuni. Ma la cosa più pesante da sopportare è l’incertezza sulle intenzioni delle Autorità italiane, che viene spazzata via solo al momento del trasferimento nei campi di internamento. Trasferimento che ha luogo in piccoli gruppi, sotto il controllo della polizia, utilizzando le ferrovie.


I campi di concentramento per ebrei nella Penisola (1940-1943)

Per realizzare gli internamenti viene inizialmente costruito un unico campo a Ferramonti di Tarsia, nel nord della Calabria. Nel resto d’Italia, invece, vengono usati edifici requisiti o affittati: monasteri, ospizi, caserme, sale cinematografiche ampliate e ville disabitate, che possono generalmente contenere fino a 200 persone, e che vengono comunque definiti “campi” nella documentazione ufficiale. Solo il campo di Ferramonti, però, nei mesi immediatamente precedenti la liberazione, avvenuta il 14 settembre del 1943, giunge a contenere oltre 2000 internati, di cui circa 1500 ebrei. 

Fino al settembre 1943 si può provare l’esistenza nella Penisola di quasi cinquanta cosiddetti “campi” (di cui sei riservati a sole donne), nei quali vengono tenuti in gran parte “ebrei stranieri”. Ad eccezione di due casi, tutti i campi sono situati nell’Italia centrale e meridionale, e soprattutto in province molto fredde d’inverno, come ad esempio quelle di Campobasso, Chieti, Macerata e Teramo.

I “campi di concentramento” italiani per gli ebrei stranieri non hanno in comune con quelli tedeschi molto più che la denominazione. Nel decreto del 4 settembre del 1940 XVIII (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 239 dell’11 ottobre 1940), riguardante l’internamento, viene espressamente detto che “gli internati devono essere trattati con umanità e protetti contro ogni offesa e violenza” (art. 5). E in effetti questo principio, salvo poche eccezioni, viene rispettato. 

L’internamento in un campo significa peraltro una considerevole limitazione della libertà personale. Le persone vengono strappate alle loro famiglie e alle loro case, e ammassate in base alle possibilità di ricezione dei campi. I campi sono inoltre sorvegliati, anche se, con l’eccezione di Ferramonti, non c’è il filo spinato, e solo in casi eccezionali, come ad esempio qualora si renda necessario un intervento medico d’urgenza, viene concesso un permesso di uscita. Qualsiasi atteggiamento che possa compromettere l’ordine interno può infine essere punito con il trasferimento in un campo ancora più duro, soprattutto dal punto di vista logistico (si pensi, ad esempio, al campo di Ustica).

Di regola gli internati non possono lavorare, ma ricevono per il loro sostentamento un sussidio giornaliero di 6,50 Lire, appena sufficiente per mangiare e per la sostituzione degli abiti logori. Quando crescono le difficoltà di approvvigionamento e non tutti i generi alimentari giungono nei campi, gli internati patiscono la fame. Anche le condizioni di igiene sono pietose, e il riscaldamento nei mesi invernali è insufficiente. 

Nei campi più grandi la direzione consente agli internati una forma di amministrazione autonoma. A Ferramonti, ad esempio, viene creata un’assemblea dei rappresentanti delle baracche, che elegge il portavoce del campo e crea numerose commissioni: da quella sanitaria a quella educativa e culturale. E sempre a Ferramonti, alla fine del 1940 vengono edificate delle baracche per famiglie, dopo l’arrivo di un gruppo di ebrei stranieri arrestati a Bengasi, in Libia, da dove avrebbero voluto tentare la fuga in Palestina. Si tratta infatti di un gruppo di 302 persone, composto anche da donne e bambini. 

Le baracche sono però insufficienti a riunire tutte quelle famiglie che l’internamento ha separato già mesi prima. Così, a partire dalla primavera del 1941 viene concessa la possibilità, su istanza degli internati, di passare al regime di “internamento libero”, in cui molti sperano di trovare condizioni di vita migliori, specie se i luoghi in questione si trovavano nell’Italia settentrionale. La tragica conseguenza è che, dopo l’8 settembre del ’43, molti profughi e immigrati ebrei si trovano nella zona d’occupazione tedesca e vengono deportati.


L’internamento libero

Anche l’isolamento in un comune lontano dal proprio domicilio abituale comporta una notevole limitazione della libertà personale. Gli internati vengono strappati all’ambiente loro familiare, separati da parenti e amici, e costretti a vivere in un luogo fino ad allora sconosciuto, dove è loro proibito ogni contatto con gli abitanti, ad eccezione dei padroni di casa. Non possono allontanarsi dal territorio comunale senza autorizzazione speciale e devono presentarsi alla stazione di polizia o dei carabinieri in orari determinati, di solito una volta al giorno. Possono lasciare la casa dove abitano solo durante il giorno, senza però mai superare un determinato perimetro.
In un primo momento l’internamento nei comuni è previsto solo per le donne. Questa forma più blanda di isolamento forzato viene vista come una soluzione transitoria, cui ricorrere fino a quando nei campi non si crei posto sufficiente per famiglie e donne sole. Ma ciò di fatto non accadrà mai.

Le località di “internamento libero” nella Penisola sono alcune centinaia e ciascuna può accogliere un numero variabile di internati: da uno/due a diverse decine. Talora lo stesso comune ospita sia un campo di concentramento che “internati liberi”: a Lanciano, ad esempio, in provincia di Chieti, oltre alle circa 80 straniere presenti nel locale campo femminile, vi è, come “internato libero”, lo scrittore ebreo Aldo Oberdorfer.

In generale, le località prescelte non si trovano all’interno delle zone strategiche da un punto di vista militare. E quando le donne e i bambini partono per l’internamento, le Autorità del luogo di residenza consegnano loro il “foglio di via obbligatorio”, con il quale devono presentarsi entro una data prestabilita alla questura della provincia decisa dal Ministero dell’interno, che li destina poi a uno specifico comune. 

Nella prima fase dell’internamento, fino all’agosto 1941, non è difficile reperire alloggi, ma in seguito la situazione va sempre peggiorando, malgrado l’internamento venga esteso anche alle province dell’Italia settentrionale. E ciò è dovuto soprattutto allo sfollamento nelle campagne di gran parte degli abitanti delle città bombardate. Le prefetture tempestano quindi di lettere e telegrammi il Ministero dell’interno perché eviti di inviare altri internati, appellandosi ogni volta alla mancanza di alloggi. Alloggi che, anche nel caso dell’internamento libero, sono quasi sempre poveri o squallidi, quando non addirittura invivibili. Pur costretti a rinunciare alle più modeste comodità quotidiane, molti internati devono adattarvisi per oltre tre anni.

 

– Gli ebrei italiani

Nelle due circolari telegrafiche del maggio del 1940, che il Ministero dell’Interno invia alle prefetture per far pervenire “gli elenchi degli ebrei italiani da internare”, l’elemento “razza” non costituisce condizione sufficiente per l’internamento. Ecco perché gli ebrei italiani, alla stregua degli altri cittadini, vengono colpiti dal provvedimento solo se ritenuti pericolosi per motivi politici e sociali. Questo principio, a parte casi molto isolati, viene rispettato, ed essi in effetti vengono internati solo se appartenenti – o sospettati di appartenere – alle file dell’antifascismo.

Così, sono circa 400 gli ebrei italiani internati, per periodi più o meno lunghi, tra il giugno 1940 e l’agosto 1943. I campi fascisti nei quali viene concentrato un numero considerevole di essi sono inizialmente quelli di Urbisaglia, in provincia di Macerata, e di Campagna, in provincia di Salerno.

A partire dal 6 maggio del 1942, gli ebrei italiani sono interessati anche dalla “precettazione civile a scopo di lavoro”, una misura che consiste nell’obbligo di svolgere lavori di tipo manuale e colpisce le persone di entrambi i sessi dai diciotto ai cinquant’anni, che non sono già internati per presunta o accertata pericolosità. 

Il fine della precettazione è prevalentemente propagandistico: si vuole cioè evitare che la condizione degli ebrei, esclusi dal servizio di leva dalle leggi antisemite, possa apparire privilegiata.  


L’internamento dopo l’8 settembre 1943

Il 10 settembre del 1943, due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, viene revocato il provvedimento d’internamento. Ma ora che l’Italia è divisa in due e per metà è occupata dai tedeschi, la sorte degli ebrei dipende da due fattori: la loro dislocazione geografica e la capacità di trovarsi un rifugio per sfuggire alla cattura dei nazisti.

Nel Sud, dove sono situati i due campi maggiori di Ferramonti e Campagna, il repentino arrivo degli Alleati permette la salvezza degli ebrei: il campo di Ferramonti, come già anticipato, viene liberato il 14 settembre del 1943, anche se, in verità, già da alcuni giorni la gran parte degli internati aveva trovato rifugio tra la gente dei paesi e delle campagne vicine. Entro il mese di settembre, comunque, tutti gli ebrei internati nei paesi e nei campi di concentramento dell’Italia meridionale si trovano sotto la tutela delle truppe alleate.

Ben diversa è la situazione nel Centro-nord: ad Urbisaglia, ad esempio, in provincia di Macerata, gran parte degli ebrei internati vengono deportati dai tedeschi, con la fattiva collaborazione dei fascisti della Repubblica di Salò. Ci sono poi molti ebrei già internati nei campi o nei comuni che trovano protezione e rifugio da parte del clero o delle popolazioni locali, mentre altri si uniscono alle nascenti formazioni partigiane.

Il 30 novembre del 1943 l’istituto dell’internamento viene ripristinato dalla Repubblica di Salò, che costituisce anche nuovi campi per rimpiazzare quelli del Sud caduti in mano agli Alleati. Il campo di Fossoli, ad esempio, istituito dagli italiani nel maggio 1942 come campo per prigionieri di guerra inglesi, e strategico per la sua posizione geografica sulla linea ferroviaria che porta verso Nord, diviene solo adesso un centro di raccolta provinciale per ebrei. Stavolta, ad essere internati non sono più soltanto gli stranieri, ma tutti gli ebrei in quanto tali, e l’internamento costituisce ormai solo una breve sosta sulla via dei lager nazisti.


Bibliografia

  • Capogreco Carlo S., Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista (1940-1945), Giuntina, Firenze 1987.
  • Capogreco Carlo S., I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2006.
  • Matard-Bonucci Marie Anne, L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, Il Mulino, Bologna 2008.
  • Paini Rosa, I sentieri della speranza. Profughi ebrei, Italia fascista e la “Delasem”, Xenia, Milano 1988.
  • Picciotto Liliana, Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah (1943-1945), Einaudi, Torino 2017.
  • Sarfatti Michele, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2018.
  • Sarfatti Michele, La Shoah in Italia. La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo, Einaudi, Torino 2005.
  • Voigt Klaus, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, La Nuova Italia, Milano 1999.
  • Voigt Klaus, Notizie statistiche sugli immigrati e profughi ebrei in Italia (1938 – 1945), in “Israel, un decennio 1974 – 1984”, Carucci, Roma 1984.
  • Voigt Klaus, Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga 1940-1945, La Nuova Italia, Milano 2002.

Fonti archivistiche

  • Archivio Centrale dello Stato di Roma, Ministero dell’Interno, Direzione generale di pubblica sicurezza, Divisione affari generali e riservati, Categorie permanenti, Massime M4, campi di concentramento. 
  • Archivio Centrale dello Stato di Roma, Ministero dell’Interno, Gabinetto, Archivio generale, Fascicoli correnti, Ferramonti in Tarsia. Campo di concentramento.
  • Archivio della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, Fondo Israel Kalk, II/Ferramonti-Tarsia. 
  • Archivio della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, Fondo Israel Kalk, III-IV/Confino e altri campi.